Il futuro dell’Avvocatura è ormai nelle mani dei Consigli dell’Ordine


a cura di: Alessandro Cassiani - Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Roma.

Per anni abbiamo vissuto nella certezza che il futuro sarebbe stato migliore.
Ci sorreggevano la consapevolezza del nostro ruolo ed i fasti di un passato glorioso. Mai avremmo immaginato che gli eventi potessero mettere a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza. Eravamo anzi convinti che la nostra professione avrebbe avuto un rilancio in sede europea ed una sempre maggiore considerazione da parte dei politici.

Ci sembrava quasi ovvio che questi ultimi ci avrebbero garantito autonomia e indipendenza quali presupposti del diritto di difesa sancito dall’art.24 della Costituzione e ci riconoscessero il determinante contributo al funzionamento della Giustizia attraverso i Giudici Onorari ed i Difensori di Ufficio. Mai previsione si è rivelata più infondata! Dal 2006 in poi è stato un susseguirsi di eventi che ci hanno visto sempre più in balìa di un perverso desiderio di distruggere la nostra professione dalle fondamenta. Da quel momento abbiamo combattuto con tutte le nostre forze per la salvaguardia delle nostre prerogative ma soprattutto del diritto dei cittadini ad avvalersi di Avvocati veramente capaci di garantire un effettivo esercizio del diritto di difesa. In uno stato di imprevedibile emergenza, siamo scesi in piazza, abbiamo organizzato cortei, protestato davanti a tutte le massime Autorità, discusso in occasione del Congresso Nazionale di Roma.

In tutte le occasioni abbiamo ripetuto con forza che quella dell’ Avvocato è una professione intellettuale a forte contenuto pubblicistico che non può essere assoggettata alle leggi del mercato che impongono la vendita a prezzi sempre più convenienti e in regime di libera concorrenza.
Il risultato è stato un progetto di riforma della professione forense che, nella stesura consegnata al Ministro, conteneva il peggio di quanto previsto dalle norme sulle “liberalizzazioni”. In tal modo venivano deluse le aspettative vagheggiate in oltre settant’anni e disattese le mozioni approvate in sede congressuale e in occasione delle estenuanti riunioni dei Presidenti degli Ordini. Il resto è storia recente. In occasione dei Congressi Nazionali, compreso quello straordinario di Milano, abbiamo reagito chiedendo almeno il ripristino dei minimi tariffari e l’abolizione delle norme sulla libera concorrenza. I risultati sono stati sconvolgenti e ci costringono ad aprire finalmente gli occhi: non soltanto la legge di riforma si è arenata alla Camera dei Deputati in attesa di un’approvazione che non verrà mai, ma addirittura sono state approvate norme che peggiorano in maniera drammatica la situazione e denotano la volontà di ridurre drasticamente l Autonomia degli Ordini e dell’intera Avvocatura. Mi riferisco in particolare a quelle che subordinano gli ordinamenti sulla pratica forense e sulla formazione permanente al parere vincolante del “Ministro vigilante”, a quelle che sostituiscono i ‘parametri’ alle tariffe, a quelle che affidano al ‘Presidente del Tribunale’ il compito di scegliere i componenti dei consigli di disciplina sulla base delle direttive dell’onnipresente Ministro Vigilante. Insomma, mentre ci illudevamo di poter ottenere l’approvazione di un regolamento professionale riveduto e corretto, siamo stati pugnalati alle spalle da scelte che denotano una ingiustificata mancanza di fiducia negli Ordini, una pericolosa deriva autoritaria e, quello che è più grave, una inaccettabile delega alla Magistratura in  materie nevralgiche quali gli emolumenti e la disciplina.

Giunte le cose a questo punto, è apparsa evidente la latitanza degli Organismi Rappresentativi e la necessità di un indilazionabile cambiamento di rotta. Il Consiglio Dell’Ordine di Roma lo ha capito e ha adottato decisioni che forse ci eviteranno l’umiliazione di andare al Congresso di Bari per recriminare o, peggio ancora, per recitare il... de profundis. Mi riferisco ai ricorsi in sede amministrativa, internazionale e costituzionale affidati ai massimi esperti nei rispettivi settori. Mi riferisco inoltre alla chiamata a raccolta di tutti i Presidenti degli Ordini, di tutte le Unioni Distrettuali, di tutte le associazioni forensi. Sono convinto che la protesta di 230.000 Avvocati, se organizzata direttamente dagli Ordini, sveglierà le coscienze di quanti hanno a cuore le sorti del Paese e pertanto non possono sacrificare l’Avvocatura sapendo che ciò inciderebbe irreparabilmente sull’esercizio del diritto di Difesa. Auspico con tutto il cuore che Bari rappresenti un momento di svolta per un’Avvocatura più consapevole e non più disposta a subire.